Jean-Luc Godard: il regista che visse e morì da libero


Io improvviso, forse, ma con dei materiali che risalgono a parecchio tempo fa. Si raccolgono per anni mucchi di cose, e le si mettono tutt'a un tratto in ciò che si fa. Entretien avec Jean-Luc Godard, Cahiers du cinéma, n.° 138, spécial Nouvelle Vague, dicembre 1962.

Ci fu un momento e un luogo stupendo dove fare del cinema: i tempi della Nouvelle Vague parigina. Tutto sembrava così possibile, così ribaltabile, così rivoluzionario che nacque un’intera sfornata di giovani registi innanzitutto cinefili e critici, capaci di raccontare le cose del mondo in modo diverso.


Ciascuno di loro aveva il suo personale bagaglio di conoscenze e preferenze ma tutti avevano uno scopo comune: rivoltare come un calzino il ‘fare cinema’.


Negli anni ‘50 grazie alla Cinémathèque Française fondata da Henri Langlois e Georges Franju, si conoscono Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol e François Truffaut. La convinzione profonda che li accomunò fu quella di rendere il cinema un microscopio sulla realtà, realizzato da giovincelli che guardavano film muti durante il picco del grande cinema classico parlato. Nascevano dei sognatori.


L’attività critica di Jean-Luc Godard inizia col botto, sui celeberrimi Cahiers du Cinema, con le sue opinioni taglienti e categoriche. Comincia subito nel 1952 argomentando contro il parere di Bazin, omaggiando la tecnica del campo-controcampo e decretando Otto Preminger e Howard Hawks come i più grandi, sminuendo l’importanza di Orson Welles e Vittorio de Sica. Da quel momento Godard sarà sempre in polemica con il mondo del cinema, perché diventato autore resterà sempre critico. La sua identità sarà però mutata nel tempo in modo radicale e irreversibile.


Il suo esordio cinematografico in qualità di regista, dopo piccoli esperimenti in Svizzera, avviene nel 1957 col cortometraggio Tous les garçons s'appellent Patrick scritto da Éric Rohmer, in cui recita uno degli attori che faranno grande la Nouvelle Vague, Jean-Claude Brialy.


Nel 1958 utilizza il girato di Truffaut per le vie di una Parigi allagata realizzando Une Histoire d’Eau, e decide di chiedere aiuto all’amico per poter finanziare il suo primo grande progetto. Qui inizia il periodo che lo vedrà più prolifico e profetico, come voce unica di un movimento intento a portare una vera e propria nuova ondata al cinema.


Godard dal 1960 al 1967: la Nouvelle Vague


Con À bout de souffle del 1960 Godard esprime, attraverso le vicende narrate da Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg, lo stile iconico della Nouvelle Vague; sequenze montate in continuum, la visuale dal punto di vista del personaggio, il tecnico taglio in asse e la ripresa di un dialogo senza che i protagonisti di questo siano inquadrati fanno sì che avvenga una profonda innovazione nel girare e montare un film. La spontaneità dei dialoghi spesso improvvisati, restituisce una sensazione di familiarità quasi documentaristica.


La pellicola è piena zeppa di citazioni che spaziano dall’arte di vario genere, da Mozart, Bach, William Faulkner a Dylan Thomas, da Fritz Lang, Sam Fuller a Ingmar Bergman.


Nel 1960 Godard dirige anche Le Petit soldat con Anna Karina, colei che sarà la sua musa indiscussa e la cui totale inesperienza con la cinepresa ne farà una tela bianca perfetta per Jean-Luc. In seguito lei sarà protagonista del suo primo film a colori dell’anno seguente, Une Femme est une Femme, accanto a Belmondo, quasi un omaggio ai grandi musical statunitensi, con tinte sempre espressamente autobiografiche.


Nel 1962 Godard gira quello che ancora oggi viene ritenuto uno dei suoi più grandi capolavori, Vivre sa vie, in cui Anna Karina interpreta la madre sfortunata Nana, che in ristrettezze economiche è costretta a diventare una prostituta. Il taglio di capelli che Karina sfoggia nel film è il celebre caschetto anni 20 alla Louise Brooks e memorabili sono le scene in cui Karina va al cinema a vedere Dreyer e si commuove e al tavolino di un bar fa della filosofia esistenzialista con un avventore estraneo. Tutti i pezzi coincidono e il film riesce alla perfezione, dando a Godard finalmente lo status e i mezzi che avrebbe sempre desiderato avere a disposizione.


L’anno seguente Le Petit soldat viene finalmente fatto uscire al cinema dopo aver subito censura a causa dell’ambientazione durante la guerra d’Algeria. Nel frattempo Godard gira Les Carabiniers su soggetto di Roberto Rossellini, uno dei suoi grandi miti del tempo. Il 1963 permetterà a Jean-Luc di registrare il suo primato come pellicola più commerciale della sua carriera, Le Mépris, con Michel Piccoli e Brigitte Bardot, tratto dal romanzo Il Disprezzo di Alberto Moravia, con un cameo veramente speciale di Fritz Lang grazie al quale Jean-Luc riesce a portare alla luce un vero dibattito sulla struttura della catena di montaggio gerarchica del cinematografo.


Nel 1964 Anna Karina e Jean-Luc Godard fondano una casa di produzione cinematografica, Anouchka Films. Il primo film realizzato è l’indimenticabile Band à part, omaggio ai gangster movies e costruito secondo i dettami di D.W. Griffith che sosteneva che per realizzare una pellicola bastasse solo una ragazza e una pistola.


Seguono Une femme mariée, film modernista senza una vera e propria trama, che tradisce la già poca propensione di Godard per il raccontare delle storie alla Hollywood, e Alphaville, un misto di fantascienza, satira, noir e filosofia. La pellicola che Godard definirà ‘francese’ con una profonda riflessione sulla violenza e l’amore è Pierrot le Fou, che ritrova Belmondo accanto ad Anna Karina.


Gli ultimi film che Godard realizza nel suo periodo Nouvelle Vague sono Masculin Féminin, Made in U.S.A., Deux ou trois choses que je sais d'elle e La Chinoise.

Masculin Féminin è basato sul lavoro di Guy de Maupassant, mettendo in scena la storia d’amore di due ragazzi in una società già ampiamente arida e consumista.

Made in U.S.A., un noir thriller che vedrà la partecipazione di Marianne Faithfull, Deux ou trois choses que je sais d'elle che già mostra le prime crepe di un Godard annoiato dalla narrazione tradizionale sebbene ribaltata, racconta di una donna che conduce una doppia vita, ed è tuttora riconosciuto uno dei film in cui il connubio del primo Godard col suo impegno politico e sociale, la sua volontà di spaccare le norme, si fondono con armonia.

Con La Chinoise, Godard nel 1967 fa il primo passo verso un cinema che vuole essere espressamente politico e partigiano, preveggente del maggio del 68, dipinto di una gioventù di totale spaccatura col passato e aderente al pensiero maoista.


L’ultimo film che vede questa doppia natura in atto è Week-End, un film provocatorio, a colori, frammentario, una sequenza che mette in scena la borghesia e la sua pochezza fino ad arrivare al surrealismo buñueliano. Nei titoli di coda Godard scriverà ‘End of Cinema’ e per lui fu certamente così, dato che da quel momento il suo cinema non sarebbe stato più lo stesso.


Godard e il cinema che diventa politica


Dal 1968 in poi, con le contestazioni studentesche in atto, Godard sceglie di unirsi alla protesta, fisicamente ed ideologicamente. Separato da circa tre anni dalla precedente moglie Anna Karina, sposa nel 1967 l’attrice Anne Wiazemsky, che da La Chinoise in poi sarà la sua nuova musa.

Godard si definisce maoista, anti-sionista, militante, radicale e il suo cinema è vessillo dei suoi convincimenti politici.

Nel maggio del 1968 boicotta il festival di Cannes in onore delle proteste al fianco dell’amico François Truffaut riuscendo a fare sospendere la kermesse.

Il fare il cinema in maniera politica diventa una vera ossessione per Jean-Luc, che fino al 1973 realizzerà per lo più pellicole a basso budget, con l'obiettivo di sfidare il concetto in sé di cinema.

Il film con più grande afflato è Tout Va Bien del 1972, con Yves Montand e Jane Fonda, allora moglie del regista Roger Vadim, e attivista convinta contro il coinvolgimento bellico statunitense in Vietnam.


Nel 1973 comincerà a sentirsi sconfitto e deluso dal pensiero maoista, cadrà in una brutta depressione anche a seguito della fine del suo matrimonio con Wiazemsky, tenterà il suicidio due volte senza successo.


Godard e la burrascosa relazione con François Truffaut


Nel maggio del 1973 Jean-Luc Godard comincia a sviluppare animosità e veri propri conflitti e alterchi con coloro che una volta furono i suoi compagni di viaggio.

Decide di inviare una lettera al vetriolo al vecchio amico François Truffaut e al suo attore feticcio Jean-Pierre Léaud, descrivendo il film Effetto Notte come un furbo tentativo di accogliere le simpatie del pubblico e della critica, una messinscena orchestrata per essere notati ai premi Oscar che è falsa oltre che eticamente discutibile.

Questa descrizione del contenuto delle lettere è edulcorata dato che i toni utilizzati da Godard nelle missive è assai più sconcio, diretto ed esplicito.


Un pezzetto della lettera a Truffaut

Ho visto ieri Effetto notte. Probabilmente nessuno ti dirà che sei un bugiardo, così lo faccio io. Non è affatto un insulto fascista, è una critica, ed è senza un punto di vista critico che ci lasciano film come quelli di Chabrol, Ferreri, Verneuil, Delannoy, Renoir, ecc., di cui mi lamento Tu dici: i film sono dei grandi treni nella notte, ma chi prende il treno, in che classe, e chi lo guida con la spia della direzione di fianco? Anche loro fanno i film-treni. E se tu non parli del Trans-Europe, allora si tratta forse di un treno per pendolari, o di quello Dachau-Monaco, di cui certo non si vedrà la stazione nel film-treno di Lelouch. Sei un bugiardo, perché la tua inquadratura con Jacqueline Bisset, da Francis, l’altra sera, nel film non ci sarà, e ci si chiede come mai il regista sia l’unico che non scopa in Effetto notte…

La risposta di Truffaut non tarda ad arrivare, specialmente perché in una postilla finale dopo aver insultato François, Jean-Luc gli domanda di aiutarlo a finanziare un progetto offrendogli i diritti di alcuni suoi film precedenti. Ecco uno stralcio della risposta di Truffaut:


…Amante di gesti e dichiarazioni spettacolari, altezzoso e perentorio, nel 1973 stai sempre sul tuo piedistallo, indifferente agli altri, incapace di dedicare qualche ora disinteressata per aiutare qualcuno. Tra il tuo interesse per le masse e il tuo narcisismo, non c’è posto per niente e per nessuno. Chi ti ha trattato da genio, qualunque cosa facessi, se non quella famosa sinistra elegante che va a da Susan Sontag a Bertolucci, passando per Richard Roud, Alain Jouffroy, Bourseiller, Cournot, e anche se tu sembravi impermeabile alla vanità, per causa loro tu scimmiottavi i grandi uomini: de Gaulle, Malraux, Clouzot, Langlois, alimentavi il tuo mito, rinforzavi il tuo lato più tenebroso, inaccessibile, caratteriale (come direbbe Scott), permettendo al servilismo di prosperare attorno a te. Hai bisogno di recitare una parte e che sia una parte prestigiosa; ho sempre avuto l’impressione che i veri militanti siano come le donne di servizio, lavoro ingrato, quotidiano, necessario. Tu sei come Ursula Andress, un’apparizione di quattro minuti, il tempo di far scatenare i flash, due o tre frasi a sorpresa e via, di ritorno a un comodo mistero. Dalla parte opposta rispetto a te, ci sono i piccoli uomini, da Bazin a Edmond Maire, e poi Sartre, Buñuel, Queneau, Mendès France, Rohmer, Audiberti, che chiedono notizie degli altri, li aiutano a riempire il modulo della previdenza sociale, rispondono alle lettere, hanno in comune una cosa: si dimenticano facilmente di se stessi e si interessano di più di quel che fanno che di quel che sono o di quel che sembrano….

Volano grandi parole, sembra che il rapporto tra loro risulti insanabile. Sono molti i sassolini che Truffaut si leva dalla scarpa, difendendo Léaud e il suo lavoro, ricordandogli la sua incoerenza e modi da divo. Per citare lo stesso Godard, non ci sarà più un treno che li vedrà viaggiare assieme.


Jean-Luc Godard è sempre stato un uomo e un autore difficile, talvolta incoerente, talvolta inconsapevole del mondo che lo circondava. Questo non lo rende però meno interessante e fondamentale come autore della seconda metà del Novecento.


L’ultimo Godard


Dal 1980 in poi Godard torna al cinema in una versa più spoglia e intimista, con titoli come Prénom Carmen e Je vous salue, Marie, capolavori indiscutibili di un’artista maturo, completo e consapevole. Socialisme del 2010 e Adieu au Langage del 2014, in cui una coppia riesce a comunicare solo grazie al loro cane che fa da interprete, rappresentano il meglio degli ultimi anni di Godard autore.


Le Livre d’image, film d’avanguardia, sarà l’ultima pellicola realizzata da Jean-Luc Godard. Nonostante la sua natura scostante, a fasi antipatica, Godard è sempre restato un uomo vero, sincero e spesso contro i propri interessi. Il suo suicidio assistito in Svizzera nel 2022, come Monicelli anni prima, mostrano un animo forte, indissolubile, capace di scegliere per se stesso e decidere la sua fine. Godard verrà studiato, ammirato, criticato, compreso oppure no, ma questo non cambierà l’impronta fondamentale che la sua arte ha impresso nel corso della sua carriera.


Un uomo libero, controcorrente, innovativo e sempre in discussione con tutti ma soprattutto con se stesso, fino alla fine.